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Racconto: In silenzio…

8 Settembre 2008

 

In silenzio…

«I Ricordi ?»
È la domanda che rivolge Aurora ad Alfredo. I due si tengono per mano, seduti ognuno sulla propria sedia a dondolo, sulla veranda che affaccia sul mare.

Godendosi gli ultimi raggi di un sole che volge al tramonto…ormai rimasti soli, ascoltano il silenzio che è interrotto solo dalle loro voci e dallo sciabordio marino.
Aurora guarda il mare e con un gesto quasi meccanico accarezza la mano di Alfredo che a sua volta la guarda con occhi d’eterno innamorato, lei sospirando dice:
«Sai, quando la solitudine ci fa compagnia, percepisco una carezza malinconica che fa nascere in me la nostalgia dei luoghi, quelli in cui abbiamo vissuto parte della nostra vita. Scavo nel labirinto della mente, alla ricerca di quei momenti attesi, poi li vedo, sembrano tanti reperti archeologici che nonostante il loro valore, sono accatastati, quasi dimenticati sugli scaffali impolverati della mia memoria.
Forse, volutamente dimenticati, ma pur sempre presenti.»
Alfredo la guarda e la consola, affermandole che i ricordi servono solo per farsi del male, poiché nulla sarà più come prima.

Aurora asserisce con gli occhi e riprende: «È vero, ogni istante è differente, non voglio guardare indietro, ma in momenti di solitudine, li cerco quei ricordi, perché ridiventino reali, perché brillino alla luce di una lacrima nostalgica, ma senza rimpianto, mi piace se possono risplendere come diamanti nella mia memoria, conservando intatta la loro bellezza ed i loro colori.»Il silenzio cadde fra un pensiero e l’altro, Aurora riprese dicendo:
«Ricordi la casa che costruimmo là sul terreno che avevi ereditato da tuo padre, che poi ci fu tolta?
Sulla collina, ai suoi piedi, i prati. L’odore di ginestre appena sbocciate, inebriavano le nostre narici, e il sole splendeva sul cantiere, che dopo due anni divenne la nostra dimora »?
« Già », rispose lui, « come fu bello costruire la casa dei nostri sogni. »

«Rivedo il tuo viso: illuminato di gioia, la vita allora ci sorrideva. Tu giovane e forte »,
«e tu, fragile e dolce ».
« Già, e quando i lavori finirono, che inaugurammo il nostro nido d’amore, i ragazzi allora erano dei bambini irrequieti e saltavano, gridavano contenti, correndo nelle stanze ancora vuote.»
« Sì,» « quanti sogni si avverarono: la casa, il lavoro che andava a gonfie vele, i nostri sacrifici erano stati ripagati. » «Era l’estate del 1959, il vento soffiava leggero nei tuoi capelli, avevi un vestito di velo a fiori bianchi e foglie verdi, sostavi sulla collina davanti la nostra casa, e guardavi l’immensità che si apriva davanti al tuo sguardo,» «Alfredo! Ricordi ancora cosa indossavo?» «Sì mia cara, come potrei non ricordare? Ricordo anche quei campi di grano, infiocchettati da un’infinità di cuori color porpora, abbellivano la chioma dorata, di una terra nera, che il vento faceva ondeggiare davanti ai tuoi occhi.
I miei, in quel momento, guardavano te soltanto.»
Alfredo, così dicendo prese la mano d’Aurora e la portò sulla sua guancia umida e con lo sguardo tinto di tristezza e gioia, le disse:

«Vedi? I ricordi fanno bene, sì, ma anche tanto male.»Dolcemente spostò la mano sul suo cuore che tamburellava nel suo petto fino a sciamare nel silenzio del tramonto,  volgendo lo sguardo al sole e alla sua Aurora.

 

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